Dimmi in che supermercato vai e ti dirò chi sei!
Come leggiamo gli altri e cosa racconta di noi
Mi ci ha fatto pensare una mia brillante paziente, un’adolescente in piena scoperta intima, politica e sentimentale.
Viaggia poco, mi racconta, e quando esplora luoghi nuovi le piace partire dai supermercati. È lì che inizia a intuire la gente che sta per incontrare.
Ne osserva le abitudini, i gusti, le tradizioni culinarie. Scruta i manifesti pubblicitari per misurare il “termometro sociale” del luogo e si diverte a immaginare su chi farà colpo quel genere di marketing.
Ho trovato il suo spunto estremamente acuto, nella sua semplicità.
Non credo di averci mai pensato prima.
Un altro paziente, un loquace diciottenne, mi ha invece confidato che scoprire che musica ascoltano le altre persone lo aiuta a “inquadrarle” meglio.
Curiosare nelle passioni musicali altrui gli permette di immaginare con quanta semplicità – o complessità – potrà interfacciarsi con loro.
C’è poi una simpatica e grintosa diciassettenne che sbircia i “seguiti” sui social per indovinare l’orientamento politico delle persone e il loro coinvolgimento nelle lotte contro le ingiustizie.
Un’altra sua coetanea, invece, presta molta attenzione al tipo di alimentazione di chi le sta attorno.
Osserva i baracchini, i pranzi portati da casa, per attribuire abitudini e stili di vita.
Non finisco mai di imparare dai miei pazienti e ammetto di avere un debole per le menti adolescenti.
È come se lì trovassi sempre sguardi freschi e curiosi: idee affilate e perentorie, ma al tempo stesso non immutabili.
Mi piace pensare che a raccontare qualcosa di una persona possa essere più il supermercato del suo quartiere che la famiglia da cui proviene.
Allo stesso modo, mi stupisce rendermi conto che il cantante più amato (o detestato!) possa risultare più informativo del suo albero genealogico.
Eppure, ciò che mi affascina ancora di più è un ulteriore “meta-sguardo”.
Che cosa dice di noi ciò che scegliamo di osservare degli altri per conoscerli?
Perché per qualcuno è significativa la musica, per qualcun altro il cibo, per altri ancora la politica?
Forse perché questi elementi parlano di ciò che per noi è più familiare, più rassicurante o più urgente in un determinato momento della nostra vita.
Mi viene allora da pensare che in ognuno di noi esista un particolare e prezioso codice.
È attraverso questo codice che conosciamo e proviamo a prevedere il mondo: una sorta di sistema di numeri e formule che ci è affine.
La sfida sta nel non dare per scontato questo calcolo.
Significa provare a mettere in discussione le nostre letture abituali, invece di cercare solo ciò che le conferma.
Il modo in cui leggiamo il mondo, in fondo, racconta di noi.
Non racconta il mondo là fuori.
Questi sguardi non definiscono una persona una volta per tutte. Parlano piuttosto del punto in cui si trova e del contesto in cui sta provando a orientarsi.
In terapia questo “codice” diventa spesso oggetto di esplorazione.
Si impara a riconoscere i filtri attraverso cui guardiamo il mondo e gli altri, e a interrogarli senza considerarli definitivi.
È uno spazio in cui non si tratta tanto di capire com’è il mondo, quanto di scoprire come lo stiamo leggendo.