Non tutto deve avere un senso: quello che la letteratura ci ricorda sui bambini (e che spesso dimentichiamo)

 

Ci sono libri che non offrono soluzioni, ma spostano leggermente il modo in cui guardiamo le cose.

È quello che accade leggendo Meglio così di Amélie Nothomb: una scrittura essenziale, a tratti spiazzante, che sembra togliere più che aggiungere, fino a lasciare il lettore davanti a qualcosa di difficile da addomesticare.

Tra i passaggi che colpiscono, ce n’è uno in cui l’autrice ricorda una frase della madre:
“Non esiste il dover voler bene.”

È una frase che non consola. Non sistema le cose. E proprio per questo resta, perché non chiude ma lascia aperto uno spazio.

Nella pratica clinica, soprattutto nel lavoro con i bambini, si incontra spesso una tendenza molto diffusa: attribuire rapidamente un significato a ciò che accade.

Un insuccesso diventa un’occasione, una delusione un passaggio necessario, una difficoltà qualcosa da trasformare in apprendimento.

È un movimento comprensibile, spesso inevitabile. Dare senso protegge, organizza, rende tollerabile ciò che altrimenti resterebbe troppo aperto.

Ma a volte questo movimento arriva troppo presto.

Un bambino che non riesce in un compito, ad esempio, viene subito rassicurato: “non importa, è un’occasione per imparare” oppure “vedrai che la prossima volta andrà meglio”. Sono parole ben intenzionate, ma in quel momento non sempre incontrano ciò che il bambino sta vivendo. Non sta cercando un significato alternativo: sta ancora attraversando la delusione.

E in questo passaggio qualcosa si perde, perché ciò che andrebbe abitato viene subito spostato verso una spiegazione.

Non tutto ciò che mette in difficoltà un bambino è un problema da risolvere. Alcune esperienze hanno bisogno di essere semplicemente attraversate, senza essere subito tradotte in qualcos’altro.

Questo non significa lasciare soli i bambini, ma non sottrarli troppo presto a ciò che stanno vivendo. C’è una differenza sottile tra accompagnare un’esperienza e correggerla.

E questo vale anche oltre il lavoro clinico. Anche per gli adulti, infatti, esiste spesso una pressione silenziosa a trasformare rapidamente il disagio in qualcosa di gestibile: una spiegazione, una crescita, una narrazione coerente. Come se non fosse possibile restare per un po’ dentro ciò che non funziona, senza doverlo subito risolvere o rendere “utile”.

Eppure la crescita psichica non segue questa logica. Non è lineare, né sempre traducibile in progressi.

Ci sono momenti in cui non si migliora: si attraversa. E attraversare non è la stessa cosa che risolvere.

Accanto a un bambino — come accanto a un adulto — la tentazione di spiegare è forte. Dire qualcosa che chiuda l’incertezza, che orienti, che renda più sopportabile ciò che è aperto.

Ma esiste una forma di presenza più difficile: quella che non riempie subito il vuoto di significato. Che non interpreta tutto immediatamente, che non trasforma ogni emozione in un messaggio, che non sostituisce troppo in fretta l’esperienza con una lettura.

Una presenza che tollera il non sapere, senza fretta di chiuderlo.

In questo senso, alcune scritture letterarie — da Nothomb a Annie Ernaux, fino a certe pagine essenziali di Natalia Ginzburg — mostrano qualcosa di clinicamente prezioso: la capacità di restare vicino ai fatti senza addomesticarli troppo.

Forse non tutto deve diventare subito comprensibile. Non tutto deve essere trasformato in apprendimento.

Alcune cose hanno bisogno di tempo. Altre, semplicemente, di spazio.

E in quello spazio — non ancora spiegato, non ancora ordinato — può accadere qualcosa di importante: la possibilità di fare un’esperienza che resti davvero propria, non già interpretata da altri.

A volte, prendersi cura non significa aggiungere senso. Ma avere il coraggio di non aggiungerlo troppo presto.

 

Marianna