Restare Umani in Tempi Difficili

“In un’epoca di disumanizzazione crescente, restare umani è la vera rivoluzione.”
Erich Fromm

Viviamo tempi difficili. Lo sentiamo ogni giorno nei notiziari, nei social, nelle piazze, ma anche nelle nostre case, nei nostri pensieri, nel nostro corpo. Guerre, crisi ambientali, divisioni sociali, precarietà emotiva. Tutto si muove a una velocità che spesso non lascia spazio al sentire. E quando le emozioni non trovano ascolto, si trasformano in chiusura, stanchezza o rabbia.

Eppure, proprio in questo contesto, restare umani diventa un gesto di resistenza profonda. Una forma di cura, per sé e per il mondo.

Lo psicologo Carl Rogers parlava di “relazione autentica” come cuore della crescita personale. Sentirsi ascoltati, accolti, visti per ciò che si è: questa è una delle esperienze più trasformative che possiamo vivere.

Ma in un mondo sempre più connesso digitalmente e sempre meno connesso emotivamente, è facile perdere il senso dell’incontro reale. Le nostre relazioni diventano rapide, filtrate, distratte. La mente è spesso altrove. L’altro diventa un ruolo, un’opinione, una reazione.

Restare umani, oggi, significa ritornare alla qualità della presenza, alla profondità dello sguardo, alla parola che accoglie. Vuol dire riconoscere che anche chi è diverso da noi ha una storia, una paura, un desiderio.

Il mondo che ci attraversa

La psicologia ci insegna che non esistono compartimenti stagni tra ciò che accade “fuori” e ciò che sentiamo “dentro”. Le esperienze collettive — come una pandemia, un conflitto, una crisi climatica — entrano nella nostra vita psichica. Possono generare ansia, senso di impotenza, ritiro sociale, o un bisogno disperato di distrazione.

Un recente studio dell’OMS (2022) ha rilevato un incremento significativo dei disturbi legati all’ansia e alla depressione, soprattutto nei giovani. Ma al di là dei numeri, ciò che si osserva sempre più spesso è una stanchezza mentale diffusa. Una difficoltà a “tenere insieme” tutto: lavoro, emozioni, notizie, relazioni, aspettative.

Spazi di umanità e presenza

In tempi fragili, abbiamo bisogno di spazi di ascolto. Luoghi — reali o interiori — in cui si possa parlare, sentire, elaborare. Non sempre questi luoghi devono essere professionali: a volte bastano relazioni significative, tempo dedicato, un silenzio condiviso.

Quando ci si concede un momento di verità con sé stessi o con l’altro, nasce qualcosa di profondamente umano. È lì che si trovano nuove risorse, nuove domande, nuovi significati.

Attimi di umanità quotidiana

Non servono grandi gesti per sentirsi vivi. A volte basta camminare lentamente, senza meta, o parlare con qualcuno senza distrazioni. Spegnere il telefono per un’ora può aiutarti a ritrovare il presente, così come fermarti e chiederti: “Di cosa ho bisogno, adesso?”.

Scrivere una lettera, anche solo per te, è un altro modo per ascoltare te stesso.

Questi piccoli atti quotidiani ci riportano alla nostra umanità, ricordandoci che non siamo solo funzioni, ma esseri in relazione.

La gentilezza come forma di resistenza

Il filosofo Martin Buber diceva:

“L’uomo diventa Io solo nel Tu.”

Non esistiamo davvero finché non ci sentiamo visti, accolti, riconosciuti.
Restare umani non significa essere perfetti, ma continuare a sentire, a cercare connessione, a coltivare la cura.

Forse, in un mondo che spesso ci vuole distanti, la più grande forza è proprio la nostra capacità di restare vicini.

Marianna

 

 

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